L'agricoltura italiana dipende dagli immigrati, a cui dobbiamo dare diritti

Tre studi del centro Crea mostrano come il settore abbia bisogno dei lavoratori stranieri e di riconoscergli diritti che non sono solo giusti, ma anche utili a far funzionare meglio l'economia e la società

Un migrante impegnato nella raccolta - foto Ansa EPA/JUANJO MARTIN

La regolarizzazione dei migranti che lavorano nelle campagne italiane è stata accompagnata da feroci dibattiti e polemiche. Ma l'intervento sembra più che mai giustificato visto che, anche se alcuni dei critici volevano mandare nei campi i cittadini che ricevono il reddito di cittadinanza, l'agricoltura italiana dipende dagli immigrati, di cui ha bisogno per andare avanti, che ci piaccia o meno.

Nei campi circa 360mila

Il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria (Crea), ente che dipende dal Ministero delle politiche agricole, e che studia da anni la questione, ha pubblicato tre ricerche che mostrano come, al di là dell'emergenza, la manodopera straniera sia una ricchezza che aiuta uno dei settori principali della nostra economia. I dati Istat 2019 registrano una media annuale di 166 mila stranieri prevalentemente occupati in agricoltura, il 18,3% del totale, per la stragrande maggioranza in posizione dipendente, con un trend in costante crescita. Ma in realtà le persone che nell'arco dell'anno lavorano nel settore, anche per periodi limitati, sono molto più numerose. Infatti, secondo l'Inps gli operai a tempo determinato stranieri nel corso del 2019 sono stati poco meno di 360 mila, di cui più di un terzo comunitari, in particolare romeni.

I problemi durante il lockdown

Lo studio "Le misure per l'emergenza Covid-19 e la manodopera straniera in agricoltura", curato da Maria Carmela Macrì, ricercatrice Crea per Politiche e Bioeconomia, ha analizzato l'impatto del Covid-19 sui nostri campi, proprio evidenziando come le restrizioni agli spostamenti siano state uno dei motivi principali delle difficoltà del settore. Le norme anti-contagio (tra cui l'obbligo della quarantena, ossia 14 giorni fermi e senza alcun reddito) e la limitazione alla mobilità territoriale, hanno impedito il normale flusso di lavoratori soprattutto stagionali, sia comunitari che extra-comunitari, che non solo vengono in Italia, ma si spostano tra le regioni, seguendo la stagionalità e il fabbisogno lavorativo delle aziende agricole. Basti pensare a quei lavoratori stranieri che, dopo la raccolta di arance e mandarini, si sarebbero spostati verso Puglia e Campania per altre operazioni e che invece sono rimasti bloccati in Calabria nelle tendopoli di Rosarno e San Ferdinando, senza più lavoro e in condizioni igienico sanitarie certamente inadeguate. Inoltre, il forte controllo sul territorio attuato nel lockdown, ha determinato il venire meno di quella quota piuttosto rilevante di lavoro non regolare che, purtroppo, alimenta la manodopera agricola in Italia e che, in buona parte, è composta di lavoratori extra-comunitari senza permesso di soggiorno.

Riconoscere diritti

Tutto ciò ha messo in luce la forte rilevanza, per non parlare di vera e propria dipendenza, della nostra agricoltura dalla manodopera straniera. E nel riconoscere questa rilevanza si deve riconoscere anche che gli stranieri non sono solo braccia da sfruttare, ma persone, lavoratori, a cui bisogna riconoscere dei diritti che sarebbero non solo dovuti, ma anche utili per l'intera società. Lo studio "Migrazioni, agricoltura e ruralità. Politiche e percorsi per lo sviluppo dei territori", ha analizzato affronta soprattutto i temi dei percorsi lavorativi intrapresi e dell'integrazione sociale, per ridisegnare una geografia delle nostre campagne più aderente alla realtà.

Cinque milioni di stranieri nele aree rurali

Secondo gli ultimi dati disponibili (2017), sono circa 5 milioni gli stranieri vivono nelle aree rurali, con un incremento del 75% in soli 2 anni. Si tratta di un apporto positivo che contribuisce a ripopolare e a "ringiovanire" i territori rurali, oltre a garantirne la vitalità economica, sociale ed ambientale, attraverso il lavoro svolto nei campi, nelle stalle, per la gestione di boschi e foreste, per il recupero dei vecchi mestieri artigianali e la cura degli anziani fino alla creazione di domanda e offerta di nuovi servizi.

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Il giusto equilibrio

Dallo studio sullo sviluppo dei territori, afferma Catia Zumpano, la ricercatrice che ne ha curato la pubblicazione, “emerge come sia necessario stabilire un giusto equilibrio fra gli interventi volti a governare la pressione migratoria e quelli finalizzati a cogliere le opportunità insite nell'accogliere nuovi abitanti. In questo quadro,vanno adottate soluzioni che favoriscano l'integrazione e riconoscano parità di trattamento con gli italiani, sul piano economico e dei diritti”. A tal fine però, ha concluso la ricercatrice, “è fondamentale il recupero culturale della dignità del lavoro agricolo, soprattutto di tipo avventizio, sia esso italiano o straniero. Solo così gli verrà finalmente attribuito un riconoscimento sociale adeguato rendendolo, nella percezione collettiva, un'attività da tutelare e valorizzare".

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